La legge Bossi-Fini è ormai superata dalla storia?

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Circa 64.000 cittadini stranieri non hanno potuto rinnovare il loro permesso di soggiorno nel 2016. La crisi economica è in parte da biasimare, ma anche una legislazione restrittiva che ha effettivamente limitato l’accesso al mercato del lavoro per gli stranieri per 15 anni.

Parliamo di una legge che ha già 15 anni e che è sta ripudiata più volte ance da uno dei suoi ideatori, l’ex leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini, la legge 30 luglio 2002, n. 189 anche denominata Bossi-Fini aveva come scopo e nelle idee degli ideatori la possibilità di fermare in modo completo il flusso migratorio che non ha mai smesso di tempestare le coste Italiane durante gli anni, andando a modificare il precedente “Testo unico delle dispozioni circa la disciplina dell’immigrazione e nome sulla condizione dello straniero” nota all’epoca col nome Turco-Napolitano dai suoi ideatori Livia Turco e Giorgio Napolinato.

Norma che negli ultimi 15 anni ha regolato e disciplinato l’ingresso in Italia, nel mercato del lavoro, la vita e le regole per l’espulsione degli stranieri in Italia, la norma fondamentalemente imponeva la possibilità di rimanere in Italia grazie al contratto di lavoro, senza il quale non è possibile sostare sul paese e si viene esplusi immeditamente con accompagnamento alla frontiera.

Il grosso della legge Bossi-Fini però era il dimezzamezzamento della durata dei permessi di soggiorno che veniva portata da 4 a 2 anni, e il contestuale aumento da 5 a 6 anni per richiedere la carta di soggiorno sul suolo Italiano.

La legislazione “Bossi-Fini”, che è stata creata e scritta con l’obiettivo di porre fine alla migrazione strana, l’ha inavvertitamente incoraggiata.

“Ci sono molte persone che sono tornate ad essere irregolari o sono diventate irregolari perché non guadagnano abbastanza”, secondo i dati di Caritas-Migrantes. Secondo le statistiche del 2016, c’erano 64 mila permessi di soggiorno che non erano stati rinnovati.

Nel frattempo intercorrono due grosse crisi economiche che hanno reso la situazione veramnete insostenibile, visto che i primi a farne la spesa sono stati proprio i lavoratori Extracomunitari che molte volte sono completamente irregolari e/o assicurati con contratti precari.

In una nazione dove il lavoro nero e “grigio” è prevalente, ci si aspetta che gli stranieri operino in un quadro estremamente rigido che non corrisponde al mercato del lavoro italiano.

Perchè la bossi-fini non ha funzionato?

Ci sono moltissimi motivi per il quale la bossi fini non è una legge che è riuscita a fermare l’immigrazione irregolare, molte persone che partono sono talmente disperate che non hanno sicuramente paura di fermarsi di fronte a cavilli burocratici e quindi sono più che ben disposti a vivere nel sommerso e nella irregolarita.

Non si può infatti un’idea completamente sbagliata che le risorse umane e la domanda possano essere abbinate a distanza mentre il lavoratore straniero è ancora nel suo paese d’origine.

Andando quindi a creare un grosso problema nella mancanza di regolarizzazione da parte dei governi, si è arrivati al paradosso di regolarizzare elementi già sul territorio e non “validare” il flusso in ingresso, motivo per cui era nata la legge bossi-fini.

Il problema principale della legge non sta però nella sua natura restrittiva, ma piuttosto nel promuovere una forma di soggiorno estremamente precaria per gli stranieri che sono costretti a vivere senza alcuna protezione o accesso ai servizi di base.

Questo ha creato un destino umano lontano da quello che Fini aveva immaginato all’epoca quando parlava dell’immigrazione come “una risorsae una ricchezza” e un “elemento di progresso necessario per un paese con una popolazione che invecchia”.

Nel caso italiano, spesso gli immigrati più precari sono stati impiegati in lavori meno qualificati o addirittura pericolosi con salari inferiori al salario minimo.

Questo ha creato una situazione estremamente critica dato che molte aziende hanno potuto assumere lavoratori a tassi inferiori al salario minimo, preferendo compensarli con il vitto o l’alloggio piuttosto che pagare loro un vero e proprio stipendio.

E dall’altra parte i lavoratori non osano lamentarsi per paura di essere licenziati ed espulsi dall’Italia.

È qui che la legge crea un vero paradosso: da un lato impone sanzioni alle aziende che non rispettano le normative sul lavoro mentre utilizzano lavoratori illegalmente.

Dall’altro lato, costringe gli immigranti ad accettare queste condizioni malsane perché non hanno alternative, quindi incoraggia l’irregolarità anche all’interno del quadro legale. Qui non parliamo di sanzioni ma di un sistema che ha gravi conseguenze sugli esseri umani.

Espulsioni effettive:

Per avere successo, la legge cerca di arruolare l’aiuto degli stessi immigrati, creando cosi dei programmi di rimpatrio volontario e assistito con la fondazione del fondo nazionale rimpatri, con l’unico scopo di fornire sussidi a chi volesse partecipare al programma di rimpatrio volontario, cercando di convincere cosi l’immigrato a rientrare nel proprio paese con una rifondazione economica che dovrebbe aiutarlo a ripartire nel suo sostentamento autonomo.

Tuttavia questo non è il problema principale che la legge ha cercato di risolvere. Infatti cerca di ridurre l’irregolarità da una scelta volontaria ad una situazione forzata dalla necessità economica.

Ma cosa è stato fatto per coloro che non tornano? Di quelli che sono rimasti comunque e che dovevano essere espulsi anche con accompagnamento, perché non potevano rientrare in sicurezza al loro paese non è stato apportato nessun programma di assistenza e di inserimento nel mondo del lavoro, anzi molte volte è stata tollerata la loro presenza per consentirne lo sfruttamento con salari minimi e condizioni di assistenza precarie.

Semaforo verde per i talenti:

La riforma stabilisce anche un canale speciale per l’ingresso in Italia di lavoratori altamente qualificati. Al di fuori della restrizione quantitativa in vigore per ogni categoria, c’è un’opzione ‘veloce’ per scienziati, ricercatori, creativi culturali, artisti, imprenditori e intrattenitori con un periodo di integrazione eccezionalmente rapido fino a cinque anni.

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