Al Piccolo Teatro Studio Melato la serata su «Le cose che abbiamo in comune» ha offerto al dibattito pubblico le riflessioni di Gianfelice Rocca, di Monica Maggioni e del cardinale Vingt-Trois sul modo in cui raccogliere le sfide di oggi

di Annamaria BRACCINI

«Le cose che abbiamo in comune» sono molto più di 4850 – come recita la famosa canzone di Daniele Silvestri -, sono milioni, miliardi, ma bisogna parlarsi, non alzare muri e comprendere che una “zona grigia”, dove non si è bianchi o neri, esiste sempre: basta non farla diventare una zona d’ombra dimenticata. È il secondo appuntamento dei «Dialoghi di Vita Buona» ed è tanta la gente che si affolla all’ingresso del Piccolo Teatro Studio Melato per questo confronto, dedicato proprio alle cose che abbiamo in comune e che, nel cammino biennale dell’iniziativa – «un processo, non una serata» -, si pone come tappa in progress verso il prossimo appuntamento di maggio.

In diretta tv e radio (dalle emittenti cattoliche a Radio Radicale, senza dimenticare i social), quello che si articola alla presenza del cardinale Scola e di molti volti noti della società civile è così un “dirsi” a 360°, attraverso i tre focus della fede (con l’Arcivescovo di Parigi André Vingt-Trois), dell’imprenditoria (rappresentata da Gianfelice Rocca, presidente di Assolombarda) e della comunicazione (con la presidente Rai Monica Maggioni).

Si inizia, appunto, con la canzone di Silvestri eseguita dal Quartetto della Civica Scuola di Jazz di Milano e si prosegue con l’introduzione del Preorettore dell’Università Cattolica e membro del Comitato Scientifico dei «Dialoghi» Francesco Botturi, che fa subito chiarezza: «Conta soprattutto l’essere in comune, non basta rimanere insieme, perché ciò che accomuna davvero è il lavoro della relazione e la sua continua rielaborazione. Questo crea vincoli di responsabilità condivisa, di trasmissione, per un’autentica comunanza che non sia chiusa nell’autoreferenzialità. Non a caso, il più persuasivo paradigma comunitario è la famiglia, che si assume la relazione come compito ed è speranza di trasmissione. Sembra, invece, che abbiamo smarrito la sintassi dell’avere in comune qualcosa, vivendo in una modernità in liquidazione, che rischia di farci diventare sudditi di forme di tecnocrazia e di qualche totalitarismo, magari religioso».

Da una realtà sfrangiata e «che oscilla orribilmente», parte anche Rocca, nell’approfondimento dei concetti attuali di impresa e di città metropolitana: «Una multinazionale è come un reticolo di relazioni che si incontra nelle grandi città a ricco capitale sociale. L’impresa ha bisogno di un’identità e usa parole come mission, vision, unite dalla passione di noi “uomini del fare”. O creiamo valori sociali sostenibili nel tempo, non solo volatili, o non reggiamo: così nascono i rapporti con le città metropolitane. Vogliamo fa nascere questo dialogo come classe produttiva consapevole di avere dei valori da condividere». Come a dire che il successo dell’impresa è il successo di un intero territorio, di un’imprenditoria che «si incrocia nella globalità e incrocia i mezzi con i fini», per esempio nel nostro Paese, dove il 20% dei posti di lavoro si crea in società nate da meno di cinque anni, con una percentuale che per l’occupazione giovanile sale al 40%. «Questo è, per noi, il dialogo di vita buona – sottolinea Rocca -. Nella scoperta di un modo nuovo di affrontare il futuro, avendo empatia, sussidiarietà tra pubblico e privato, tra innovazione e forza produttiva, globalità e città metropolitana, possiamo insieme fare il futuro».

«Abbiamo sempre la possibilità di costruire territori comuni. Cercare di capire di più, da quel 7 gennaio 2015 con la strage di Charlie Hebdo, è diventato, come giornalisti, il nostro mantra – spiega Monica Maggioni -. A dispetto di quel che sembra, ci sono molte zone di dialogo. Ogni volta che, con le parole, costruiamo paura o alziamo muri, stiamo facendo esattamente il gioco dei terroristi. Non possiamo permettere che il nostro racconto sia dominato dalle loro scelte. Difendere la zona grigia, dove le diversità si compongono, vuol dire difendere la nostra missione di oggi, dando conto delle vicende delle persone e sfuggendo ai fin troppo facili slogan. Se li osserviamo con questi occhi, coloro che scappano – donne, uomini, bambini che non hanno più spazio, appunto, nella zona grigia – smettono di essere minaccia. La storia lo dimostra, non ci sono scorciatoie facili, ma una società che costruisce muri non ha futuro».

Poi, la preziosa testimonianza “di prima mano” dell’Arcivescovo di Parigi sugli attentati, ma non solo: «Gli eventi che abbiamo vissuto vogliono fare emergere una frammentazione della società civile per arrivare a un “tutti contro tutti” e a una sorta di guerra civile. Gli attentati sono stati rivelatori della precarietà della sicurezza collettiva, finora costruita da una classe politica rassicurante e da una mentalità diffusa che voleva credervi. Al contrario, gli atti terroristici hanno gettato una luce cruda, per esempio, sul nostro sistema educativo, basti pensare che gli attentatori erano in gran parte giovani francesi e che i morti erano in maggioranza musulmani». Di fronte a «un intero sistema messo in dubbio dal terrorismo», la domanda che il Cardinale pone e si pone è se «l’appello alla coesione nazionale, con la sua eclatante manifestazione pubblica, sia stato, al di là dell’emozione e della solidarietà elementare, una vera presa di coscienza del corpo costitutivo del nostro essere sociale».

«L’evidenza dell’eliminazione della fraternità dalla nostra società, l’individualismo accentuato dalla rincorsa ai nostri interessi particolari», purtroppo non è un terreno fertile per far rinascere questo corpo, sembra suggerire Vingt-Trois, che fa riferimento, al contrario, alla grande (e inascoltata) lezione della dottrina sociale della Chiesa: «La sfida della valorizzazione del bene comune è stata ignorata, così come la sostenibilità di una “casa comune”, nell’indifferenza di fronte alle diseguaglianze tra i cittadini. È qui che si gioca la responsabilità della politica, della Chiesa, del sindacato, della scuola, dei corpi intermedi per l’oggi e per un domani più umano». Quello nel quale le religioni e il loro confronto hanno un ruolo cruciale, «messo in primo piano dagli attentati e che chiede agli uomini delle fedi di promuovere spazi di pace nel comune riferimento alla trascendenza. Se crediamo veramente alla risurrezione di Cristo, vediamo le cose in modo diverso, non ci lasciamo prendere dal panico e sviluppiamo la speranza. Per questo l’impegno dei cristiani nella società non può limitarsi a prese di posizioni istituzionali, ma deve contribuire alla bontà della vita in comune, offrendo la testimonianza che vivere insieme è possibile nel riconoscimento di Dio come Padre universale: altrimenti come essere fratelli nel profondo?».

Molte le domande su questi temi, che giungono in tempo reale, attraverso i social, ai relatori e che vengono loro “girate”. Anzitutto all’Arcivescovo di Parigi: «Il nostro impegno nella storia deriva dallo sguardo credente, nella certezza che il progetto di salvezza di Dio si compirà. Il tempo che viviamo, se pur drammatico, è affascinante (su questo concordano tutti), ma dobbiamo incontrarci con le persone come sono, accettando che i musulmani siano musulmani, che vestano come è nella loro tradizione. Perché non ci stupiamo di una testa rasata e di un velo, sì? Non possiamo costruire una società solidale a partire da una coscienza individualista». «Come ho appreso la notizia della strage Bataclan? Non ho avuto paura perché se sei in mezzo all’evento non hai tempo di aver paura: ho solo pensato alle vittime e ai loro familiari».