Al Piccolo Teatro Studio Melato con Cristina Messa, Vittorino Andreoli, Sandro Antoniazzi e Pierantonio Tremolada il secondo evento del secondo ciclo, presente il cardinale Scola. Il dibattito prosegue sul sito dedicato, Twitter, Facebook, Google+, Instagram e Youtube

di Annamaria BRACCINI

L’uomo «tutto intero», che è molto più delle sue cellule e organi; il corpo che non è solo il fisico; la terapia che è cosa diversa dal prendersi cura della persona. Al Piccolo Teatro-Studio Melato, tornano i Dialoghi di Vita Buona nel secondo incontro del ciclo «Naturale e artificiale nell’esperienza umana». Titolo della serata (già molto prima dell’apertura della sala si affollano in tanti, in prima fila siede anche il cardinale Scola) è «Abbiate cura», uno dei temi oggi più dibattuti, a molti livelli, come spiega don Davide Milani, responsabile dell’Ufficio Comunicazioni della Diocesi, aprendo l’incontro: «Nati dal desiderio di costruire vita buona, i Dialoghi possono essere anche un esercizio, un metodo propedeutico per accogliere un uomo straordinario, il Papa, che viene nelle nostre terre ambrosiane per parlare a tutti».

L’introduzione di Cristina Messa
«Nella nostra società si parla spesso di individualità, ma la moderna ricerca scientifica ha dimostrato come tutto ciò che interagisce con noi sia in grado di mutare, alterare il nostro corpo, tanto che anche gli stimoli sociali modificano la biologia», introduce la serata il rettore dell’Università Milano-Bicocca Cristina Messa, che aggiunge: «Oggi l’uomo teme di essere sostituito da una macchina e, così, si parla di medicina potenziativa, che ritarda l’invecchiamento nell’illusione di evitare la morte e consentendo all’individuo di rimanere produttivo».

Nella perdita del senso del limite naturale, suggerisce Messa, vi sono insidie che tentano di rendere l’uomo non umano in senso pieno, secondo le sue peculiarità di unità e di relazione: «Anche nella medicina può venir meno il contatto fisico nella cura medicale, per cui non vi è più contatto tra il corpo del medico e del paziente: si guardano più gli schermi del computer. Con le migliori intenzioni, il medico abbraccia le nuove tecnologie e si perde la percezione della relazione». Si parla allora di terapia e non di cura, due termini che hanno significati differenti: «Cura, infatti, è legato all’atto di osservare, curare una persona significa prendersi una responsabilità nei confronti di questa. Occorre una riflessione attenta e accurata che potenzi la complicità del rapporto tra il medico e il paziente e questo non dipende certo dalle macchine, ma dall’uomo», conclude prima dell’appassionato intervento di Vittorino Andreoli, notissimo psichiatra e scrittore.

Andreoli: la cura come visione unitaria dell’uomo ed empatia
«La medicina occidentale che viviamo ha portato nel secondo dopoguerra a una frammentazione dell’uomo, guardando agli organi o ai sistemi molecolari e cellulari. Tutto questo ha avuto un risultato portentoso, con un’aspettativa di vita raddoppiata negli ultimi decenni. Ma non si può dimenticare che gli organi stessi sono dentro un uomo tutto intero, per usare il termine coniato da Jean Piaget, che parlava delle «scienze dell’uomo».

Anche in questo caso il pensiero va alla relazione come esperienza costitutiva della persona. «L’uomo è relazione, è veramente un animale sociale. Per questo, accanto al particolare, occorrono le scienze dell’uomo tutto intero: la cura deve essere portata all’organo ed è terapia, ma poi va inserita nell’uomo e allora si fa cura. Tutto questo non è una filosofia, ma scienza che ha dimostrato come gli affetti abbiano importanza perfino per il sistema immunologico. Dal 1961 sappiamo, per esempio, che l’affettività incide sulla moltiplicazione cellulare e oggi esiste la disciplina di “psicoimmunologia” perché lo stato mentale interessa il soma».

Con gli 86 miliardi di neuroni che possediamo (ciascuno di questi può essere collegato in rete con 10 mila terminazioni) il cervello è plastico e si organizza sulla base delle esperienze e delle relazioni, continua Andreoli che indica nel rapporto di fiducia medico-paziente (la radice etimologica del termine è la stessa di “fede”) la radice della cura, per cui «serve stima, competenza, uno stare che partecipi alla vita dell’altro. L’elemento fondamentale è l’empatia: Io non so se ho aiutato i miei pazienti, ma se l’ho fatto, è per la mia fragilità. Nella psichiatria non abbiamo tanta tecnologia, ma semplicemente una persona che ne ascolta un’altra: un medico che guarda all’uomo intero non può che specchiarsi anche nei propri limiti e nel proprio dolore».

Antoniazzi: «Abbiamo bisogno di mente d’opera più che di manodopera»
Sandro Antoniazzi, sindacalista di lungo corso, volontario della Fondazione “San Carlo”, parte dal lavoro e dalle sue modificazioni: «Dopo la grande fabbrica con la classe operaia del dopoguerra, oggi siamo passati all’88% degli occupati che a Milano lavora nel terziario, metà dei quali sono donne. Terziario vuol dire relazione. Spesso pensiamo che il lavoro abbia una realtà funzionale e impersonale e che, quindi, le trasformazioni in atto creino rapporti a loro volta impersonali, ma non è così. Mettere a disposizione il meglio di noi, nelle conoscenze per lo sviluppo magari dell’azienda, vuol dire avere più coinvolgimento. Più che di manodopera c’è bisogno di mente d’opera. È una battaglia da fare: se cambiamo la visione di lavoro dal produttivismo a quello di oggi, superiamo la classica divisione tra chi produce valore e chi no. Accanto alla società concorrenziale consumistica e individualista dobbiamo sviluppare una società curante che accompagni le persone in ogni ambito. Oggi pare che il sindacato si occupi solo dei garantiti e dei poveri si occupa la Caritas. È un grave errore», conclude Antoniazzi, indicando nel significato allargato di cura, un valore “ponte”.

Tremolada: «Il corpo è più del fisico, va vissuto come tempio di Dio»
È la volta di monsignor Pierantonio Tremolada, biblista, vicario episcopale e vescovo ausiliare, che delinea l’idea del corpo in riferimento a brani della Scrittura, letti durante il suo intervento dall’attrice Lucia Marinsalta. Quattro i passi proposti. «Il corpo non è una parte di noi separata dall’anima e a lei contrapposta. Un’idea entrata nel pensiero comune, ma questo dualismo è di stampo greco, non biblico, perché per la Bibbia non “abbiamo” un corpo, ma siamo un corpo, mai distinto dell’anima. Inoltre, il corpo dell’uomo è più del suo fisico, perché il corpo identifica il soggetto – pensiamo al nostro volto o all’impronta digitale -, ma ci permette anche di incontrare gli altri e di comprendere il modo che ci circonda. Quindi esso è l’insieme dei cinque sensi, è espressione. Vi è un legame diretto tra anima e corpo, come testimoniano il teatro, la danza, le lacrime».

Da qui un terzo passo: «Se il corpo è più del fisico, per cui vengo riconosciuto, mi rapporto agli altri, mi esprimo, la corporeità non dovrebbe essere annientata dalla morte. Diciamo che il corpo finisce in cenere, ma bisognerebbe dire il fisico, la forma odierna del nostro corpo. Una nuova corporeità ci permetterà di esprimerci nella cornice grandiosa di un mondo anch’esso nuovo, perché redento. Così dobbiamo guardare alla risurrezione». Infine, la conclusione «Occorre educare a leggere il linguaggio del corpo che indirizza sempre all’anima. Non esiste la cura, ma il prendersi cura, recuperando la priorità dei cinque sensi e non dimenticando il valore di un bacio, una carezza, un abbraccio. Qui si potrà innestare meglio il discorso tra naturale e artificiale: un abbraccio non potrà mai essere sostituito una comunicazione virtuale»

È in questo senso che, per monsignor Tremolada, il corpo può raggiungere nella prospettiva biblica una dimensione liturgica come tempio di Dio, da sperimentare con «uno stile di vita, di agire, di muoversi e vedere che rende onore al nostro corpo». Insomma, «una liturgia della vita quotidiana attraverso il corpo. Così ci si prepara alla risurrezione e, in un certo senso, la si anticipa. Questa è l’ultima parola della Bibbia sul corpo: sin d’ora trasparenza luminosa e attraente della carità di Dio».

Il dibattito
Dopo gli interventi si avvia il dibattito, moderato da Daniele Bellasio, caporedattore e responsabile per il web de Il Sole24 Ore, che chiede «come la cura può tornare a essere bene sociale riconosciuto da tutti» e «come può fare la società a divenire misura di un uomo tutto intero».

«Prendersi cura significa che ognuno ha un ruolo e deve fare qualcosa, non possiamo essere solo spettatori. Di fronte all’evoluzione del lavoro bisogna cambiare, dal basso, mentalità a livello di gente comune», risponde Antoniazzi.

«Dobbiamo essere specialisti nella medicina, ma insieme riuscire a vedere il tutto che confluisce in un uomo nel quale c’è continuità tra corporeità, mente e relazioni sociali. Questa è scienza», fa eco Andreoli che affronta anche la questione del mondo digitale, dopo alcune sollecitazioni venute dal pubblico e arrivate via social. «Il mondo concreto finisce per essere meno attraente del virtuale agli occhi dei nostri giovani. Occorre un’educazione per spiegare ai ragazzi che il click con cui spegni, nel digitale, ciò che non ti piace, non funziona nella vita. Il mondo digitale offre emozioni, ma non legami essenziali, non relazione che significa interazioni, i sentimenti non si attivano. Il termine rete è nato nella neurologia, ma noi viviamo in una “retina” digitale».

D’accordo Tremolada, per cui «la vita non coincide con l’essere al mondo. Educare una società vuol dire che deve educare a vivere. Se la fragilità è una condizione umana, un’epoca come questa ha bisogno di riscoprire l’arte, cosa che ci permette di vedere come il linguaggio digitale sia limitato».

Infine, la conclusione della serata, bella e suggestiva sulle note al piano di Paolo Jannacci che esegue anche l’amatissimo brano di papà Enzo El purtava i scarp del tennis. Nella lievità della musica, un simbolo di Milano, della generosità, in una relazione sempre possibile, e di non esclusione.