L’Arcivescovo di Milano sottolinea l'inevitabilità di buone regole che le «orientino a pensarsi all'interno della comunità umana e quindi a confrontarsi con l'esigenza che la loro azione specifica si colleghi ai fattori costitutivi del benessere della persona umana e della società»

di Angelo SCOLA
Arcivescovo di Milano

Credo che oggi, guardando alla finanza e all’economia e al peso che queste realtà hanno sulla vita di ciascuno di noi – mordono sulla nostra carne -, dobbiamo porci una domanda: l’inevitabilità di regole, di buone regole, per la finanza e per l’economia consente a queste dimensioni personali e sociali di concepirsi al di fuori di una visione globale di senso della vita umana? Ecco il valore dell’interrogativo: l’economia ci cura? Bisogna, che senza alterare le regole, ci si impegni a mostrare in esse che l’economia e la finanza hanno quella cura necessaria per l’uomo. Ed è a questo punto che entrano in campo categorie a cui anche papa Benedetto prima e papa Francesco hanno fatto riferimento, come le categorie del gratuito, del dono, la categoria stessa di cura.

Bisogna che l’economia, in tutte le sue manifestazioni – la finanza, la produzione, il mondo del lavoro – si orientino a pensarsi all’interno della comunità umana e quindi a confrontarsi con l’esigenza che la loro azione specifica si colleghi e in un qualche modo dipenda dai fattori costitutivi del benessere della persona umana e della società.

Altrimenti c’è il rischio di ritornare al celebre ritornello di qualche decennio fa: business is business. Questo a mio parere è limitante per la società e alla lunga anche per l’economia e per la stessa finanza.