Il docente della Bocconi, affronterà il tema della cura nell’azienda durante la prossima serata dei Dialoghi: «Dobbiamo immaginarci una sorta di “post capitalismo”, un po’ meno per gli azionisti e un po’ di più per gli altri attori: lavoratori, fornitori, banche»

di Stefania CECCHETTI

Sarà l’azienda il tema centrale dell’intervento di Severino Salvemini, professore ordinario di organizzazione aziendale alla Bocconi, nella prossima serata dei Dialoghi di vita buona, lunedì 15 maggio.

«Di cosa e di chi si cura l’azienda oggi?», si chiede il docente, deciso a raccontare il legame tra cura ed economia a partire dal punto di vista “micro” dell’azienda, più concreto e certamente più familiare al pubblico rispetto ai grandi scenari internazionali oggetto della macroeconomia.

«L’impresa è molto cambiata negli ultimi anni – spiega Salvemini -. Tra la fine degli anni Novanta e il 2007, anno della crisi che purtroppo per l’Italia non si è ancora conclusa, tre grandi tendenze hanno dominato lo scenario aziendale: la prevalenza della finanza sull’economia reale; la profonda iniquità nella distribuzione delle retribuzioni tra vertice e base; la ricerca spasmodica di efficienza e produttività che ha portato a profonde esternalizzazioni del processo produttivo. Le grandi corporation tipiche del Novecento si sono così smembrate dando origine a moduli più piccoli».

Con le grandi corporation è finita anche l’era del welfare aziendale, spiega ancora Salvemini: «Il fatto di entrare in un’azienda e restarci praticamente tutta la vita, la carriera pianificata, la pensione assicurata sono cose le imprese più piccole di oggi non sono più in grado di garantire. Le aziende oggi richiedono una forte mobilità e il welfare da “affare” dell’azienda è diventato una questione da gestirsi singolarmente».

Allora, potremmo chiederci insieme a Salvemini: di chi è l’impresa, oggi? «Certo, è ovviamente degli azionisti, ma, anche degli altri portatori di interesse: lavoratori, partner fornitori, coloro che prestano il denaro, insomma, tutta una serie di ambienti sociali che girano attorno all’impresa».

Il secolo scorso, invece, si è concluso con una eccessiva enfatizzazione del valore e del ruolo degli azionisti, come spiega il docente della Bocconi: «Gli ideologi non hanno fatto che sottolineare quanto l’impresa eccellente dovesse massimizzare il valore delle azoni, da cui anche l’attenzione eccessiva all’aspetto finanziario. Il paradigma del pensiero era: i lavoratori sono garantiti dal salario, i partner fornitori dai loro contratti blindati, così come le banche, quindi l’attore meno garantito dal punto di vista del rischio è comunque l’azionista».

Questo pensiero dominante è stato di fatto responsabile della crisi, secondo Salvemini: «Gli “stakeholders”, cioè i portatori di interesse che erano garantiti nelle decadi scorse, hanno finito per esserlo sempre di meno: i dipendenti hanno subito le ristrutturazioni e i licenziamenti, i fornitori sono stati sempre più “strozzati” da richieste molto complicate, le banche sono andate in crisi. Dunque ora non sono più solo gli azionisti a rischiare, ma tutti soggetti che ruotano attorno all’azienda». Soggetti che devono diventare tutti oggetto di cura da parte dell’azienda, dice Salvemini.

E continua: «Lo slogan che vorrò lanciare lunedì 15 ai Dialoghi è questo: in un momento in cui stiamo rivedendo il capitalismo, perché abbiamo capito che la sua formula è stata superata dagli eventi, dobbiamo immaginarci una sorta di “post capitalismo”, che ha bisogno di coinvolgere di più i portatori di interesse. Un capitalismo un po’ meno per gli azionisti e un po’ di più per tutti i partecipanti. Non è certo uno slogan bolscevico, perché sempre di capitalismo parliamo. Ma il nuovo sistema deve necessariamente ridurre l’iniquità sociale che c’è dentro l’impresa».

Il tema della responsabilità sociale non è nuovo, fa notare l’economista, «ma mentre prima l’attenzione al sociale e all’ambiente era un “nice to have”, cioè un di più, adesso invece diviene fondamentale». E aggiunge, concludendo: «In Italia questa attenzione è più facile per le imprese di provincia, che sono legate a un territorio. Più difficile per le grandi imprese metropolitane, che non appartengono a un territorio riconoscibile. In questo senso dovremmo recuperare la filosofia nostalgicamente olivettiana di un tempo».