L’imprenditrice analizza i profondi cambiamenti nelle aziende, sottolineando però che «è possibile costruire giustizia, offrire alla gente realizzazione di sé come persone. Tutto comincia dalla coerenza morale ed etica dei capi, che siano azionisti o dirigenti»

di Marina SALAMON
imprenditrice

Non credo che l’economia sia buona o cattiva, credo che dipenda dall’uso che gli uomini fanno di questa disciplina, di questa parte della vita. L’economia non è tutto, ma sta influenzando le nostre vite molto di più oggi di quanto fosse secoli o millenni fa. Questa è un’epoca di grande trasformazione, che produrrà benessere, ma negli anni in corso costringerà ad affrontare cambiamenti forti, violenti e pericolosi per tanta gente più fragile.

Credo inoltre che le imprese non siano luoghi per produrre profitto, ma comunità, luoghi in cui tutti viviamo gran parte della nostra vita, a diversi livelli di impegno o di apparente “potere”. Come comunità quindi, ognuno di noi dovrebbe concepire qualunque potere come responsabilità e servizio, non come luogo di affermazione di sé.

Nel concreto, in Italia le industrie che hanno garantito benessere e
crescita negli ultimi decenni non saranno più così tanto un punto di
riferimento. A mio avviso però è possibile costruire giustizia, offrire alla gente realizzazione di sé come persone. È anche possibile fare in modo che i posti di lavoro non rappresentino solo stipendi o strumenti di profitto, ma un parte stessa dell’esistenza e uno strumento per costruire la nostra storia di persone.

Tutto comincia dalla coerenza morale ed etica dei capi, che siano
azionisti o dirigenti. Nella mia esperienza, fondare o guidare aziende è una responsabilità educativa in cui la gente osserva i “capi” e il modo in cui si comportano. Ciò che sto imparando negli anni è l’umiltà, che solo la fede mi ha insegnato, associata allo spirito di servizio. Solo questo potrà far cambiare l’economia nel suo insieme, se cambieremo noi, ogni giorno un pezzo.