Alberto Martinelli, docente dell’Università Statale di Milano, interverrà ai Dialoghi di vita buona il prossimo 15 maggio: «È necessaria la formazione di nuovi partiti e corpi intermedi - dice - capaci di attuare riforme realistiche per rispondere alle domande dei cittadini, praticare forme di risoluzione non violenta dei conflitti, selezionare la classe dirigente, mediare tra interessi pubblici e privati»

di Alberto MARTINELLI

In questi dialoghi sul tema della cura merita particolare attenzione la dimensione politica; è bene interrogarsi, in particolare, sulla qualità della nostra democrazia. In un sistema politico democratico i rappresentanti eletti devono prendersi cura dei cittadini con onestà, competenza, impegno e lealtà. Una democrazia rappresentativa è solida e di buona qualità quando un governo, legittimato dal voto libero della maggioranza, si dimostra capace di governare la complessità dei problemi. Efficienza/efficacia e legittimità sono dimensioni strettamente connesse e il grado e il modo in cui sono presenti in un sistema politico definisce la qualità democratica. Oggi l’erosione della sovranità, il tramonto delle ideologie, la crisi dei partiti politici e degli altri corpi intermedi, le elezioni pressoché continue e il condizionamento dei vecchi e nuovi media, fan sì che la maggior parte dei leader politici delle democrazie occidentali sia in difficoltà, prometta in campagna elettorale ciò che non è in grado di mantenere una volta al governo e cerchi di recuperare il consenso declinante mediante un’eccessiva personalizzazione della leadership e il ricorso alla retorica populista. Si innesca così un circolo vizioso tra scarsa efficacia dei governi e declinante legittimazione politica, che alimenta disaffezione, indifferenza, sfiducia, scarsa partecipazione e distacco dalla politica dei cittadini e mette in crisi il ruolo classico d’intermediazione svolto dai partiti, sindacati, organizzazioni imprenditoriali, associazioni professionali.

Gli attori chiave della rappresentanza politica, i partiti di massa tradizionali, hanno visto trasformarsi la base elettorale e inaridirsi le fonti ideologiche a seguito della rivoluzione digitale, della globalizzazione economica e culturale, dell’aumento dei flussi migratori e della società multietnica. I partiti appaiono sempre meno capaci di canalizzare, filtrare ed elaborare le domande provenienti dalla società, ovvero dall’insieme degli interessi e delle identità, che divengono più fluidi ed eterogenei, così da rendere più difficile la loro composizione in programmi coerenti di governo. Mentre i partiti tradizionali incontrano difficoltà crescenti a mobilitare e organizzare il consenso di massa, si sviluppa una doppia deriva, populista e tecnocratica: movimenti e leader populisti, da un lato, ottengono un consenso di massa riducendo il pluralismo della società e la complessità della politica all’antagonismo tra il popolo buono, inteso come entità organica, e le elite corrotte; dall’altro, una volta al governo, ricorrono a tecnocrati non eletti per gestire quella complessità che la loro propaganda ha negato.

E’ quindi necessaria la formazione di nuovi partiti e corpi intermedi capaci di attuare riforme realistiche per rispondere alle domande dei cittadini, praticare forme di risoluzione non violenta dei conflitti, selezionare la classe dirigente, mediare tra interessi pubblici e privati.

La rivitalizzazione delle istituzioni e delle pratiche della democrazia rappresentativa non può tuttavia avvenire senza un cambiamento profondo degli atteggiamenti dei cittadini, in particolare di coloro che vivono in uno stato permanente di indignazione, di protesta senza proposta, di ricerca di capri espiatori (l’euro, gli immigrati), in un allarmante gioco di deresponsabilizzazione collettiva e di delegittimazione generalizzata, che trovano sfogo sui nuovi media, nella forma della cosiddetta ‘democrazia della rete’. La rivoluzione digitale offre reali opportunità, ma suscita anche serie preoccupazioni per il discorso pubblico democratico. La rete è poco usata per migliorare la conoscenza della realtà, sviluppare lo spirito critico, attuare esperimenti di democrazia deliberativa, educare i cittadini al rispetto delle diverse opinioni e rendendoli più disponibili al dialogo, al confronto e alla ricerca di ragionevoli compromessi. È invece ampiamente usata per denunciare e denigrare, costruire “capri espiatori”, esprimere frustrazioni e pregiudizi, diffondere ‘post-verità’, rifiutare l’autorevolezza fondata sulla conoscenza e l’esperienza da chi si ritiene esperto di tutto, lamentarsi attribuendo sempre ad altri la responsabilità delle difficoltà collettive e dei fallimenti personali.

L’antidoto a questa degenerazione della vita politica non può che essere una riaffermazione della cittadinanza democratica, in cui non vengano solo rivendicati nuovi diritti ma si assumano anche i corrispondenti doveri, perché accanto al diritto di avere diritti (secondo la bella espressione di Hanna Arendt) esiste il dovere di avere doveri.