Il politologo, tra i relatori della serata dei Dialoghi del 27 giugno: «Twitter, per esempio, non permette un dibattito articolato, perché si limita a slogan spesso frutto di reazioni emotive. Anche nella comunicazione in democrazia possono esserci contenuti antidemocratici»

di Annamaria Braccini

Alberto-Martinelli

Come coniugare comunicazione e democrazia? I new media hanno trasformato questo rapporto? Il momento che stiamo vivendo, caratterizzato da espressioni spesso sopra le righe postate sui social, è anomalo? Su tutto questo si rifletterà mercoledì 27 giugno nel prossimo appuntamento dei Dialoghi di Vita Buona, che avrà tra i relatori Alberto Martinelli, docente dell’Università degli Studi di Milano, politologo di fama e membro del Comitato scientifico degli stessi Dialoghi. «La democrazia vive nelle società aperte e, quindi, richiede un dibattito, un confronto d’idee e di opinioni – spiega -. D’altro lato, bisogna dire che ci sono forme di comunicazione che non sembrano democratiche, nel senso che non hanno rispetto dell’avversario, non considerano opinioni diverse o alternative. Quindi si può dire che vi possano essere contenuti antidemocratici anche nella comunicazione in democrazia. Oggi in particolare, con la diffusione dei cosiddetti social media, assistiamo a un fenomeno particolare per il quale gruppi di frequentatori della Rete, in blog abbastanza circoscritti, si scambiano opinioni che tendono più a rafforzare pregiudizi che non a portare un confronto aperto d’idee».

Come giudica il fatto che i leaders politici facciano massiccio ricorso ai social per esprimere le loro posizioni personali e anche quelle di partito?

È una modalità sempre più diffusa tra i personaggi politici. Tuttavia è evidente che utilizzare Twitter, per esempio, non permette un dibattito articolato e aperto perché ci si limita a slogan, inviando messaggi assolutamente esagerati, unidirezionali e unidimensionali, spesso frutto di reazioni emotive. Ritengo che Twitter non dovrebbe essere la modalità di comunicazione di un leader, proprio perché esprime una reazione immediata e non mediata, non pensata e non argomentata.

Certo i social hanno cambiato il panorama. Ma siamo in un momento di anomalia o una comunicazione “violenta” e fuorviante, soprattutto in termini politici, è sempre esistita?

Il dibattito politico ha conosciuto stagioni di grandissima asprezza, anche nel passato. La differenza è che, attualmente, c’è molto meno controllo da parte di partiti o gruppi organizzati. Infatti nel passato la polemica era comunque parte di una propaganda ideata dai partiti, che – come sappiamo – ora sono molto deboli. Oggi, invece, spesso è il frutto di gruppi più o meno schierati, ma che non rientrano in alcun progetto di comunicazione programmato o sistematico. C’è poi da tener presente che viviamo in una stagione di rinnovato populismo, caratterizzata spesso da una banalizzazione delle questioni, dall’esagerazione, dalla ricerca di capri espiatori e del consenso facile. Si preferisce, come ho detto, il pregiudizio, invece che presentare la complessità dei problemi e cercare insieme, attraverso il dibattito democratico, le soluzioni.

Ma c’è una soluzione a questa comunicazione solo apparentemente democratica per definizione, perché si dice che pone tutti sullo stesso piano? È evidente che se un politico di vertice “twitta” è più rappresentativo di un privato cittadino…

Su questo non c’è dubbio. Però, per quanto riguarda i leaders, richiamerei a un senso di responsabilità. Sapendo l’effetto che possono avere una loro comunicazione e la capacità di grande diffusione nella Rete di certi messaggi, dovrebbero astenersi dall’incoraggiare passioni o sentimenti meno nobili o, comunque, meno democratici. Allo stesso modo, molto devono fare le istituzioni, la scuola, i giornalisti stessi che possono rappresentare davvero un antidoto, permettendo il dialogo – sempre possibile – e l’approfondimento dei problemi senza esagerare i toni.