«Una delle immagini che si usa per spiegare questo fenomeno è il riferimento a Barabba». Dal sociologo Mauro Magatti le chiavi di lettura della crisi delle democrazie in vista della serata dei “Dialoghi”. Responsabilità dei giornali e delle agenzie educative

di Pino Nardi

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Mauro Magatti

«Il rischio è che si faccia un gran pasticcio: il populismo è capace più di altri magari di ascoltare la domanda, ma è tutto da dimostrare poi che sia in grado di dare risposte». Mauro Magatti, sociologo dell’Università cattolica di Milano, riflette sul rapporto tra politica e comunicazione, che sarà al centro dei Dialoghi di vita buona il prossimo 27 giugno. Una profonda crisi della politica anche dovuta all’uso dei social che provoca «un grande rumore di fondo».

Come sta cambiando la politica sotto l’influenza dei social media?

La nostra sfera pubblica è diventata come un mercato, un bazar, dove tutti gridano e ciascuno cerca di farsi sentire. Questo produce le conseguenze che vediamo: grande disorientamento, si sfruttano gli elementi emozionali più che la razionalità; questo indebolisce il tessuto democratico, perché tutto si brucia nel breve termine, si dimentica velocemente. Il cambiamento delle forme della comunicazione, come peraltro è successo in altre epoche storiche, cambia il modo di stare insieme anche sul piano politico.

L’uso e l’abuso dei social media ha favorito l’affermazione di forze che si autodefiniscono populiste?

Il populismo è una delle conseguenze di questa trasformazione, se per populismo si intende un assecondare senza troppe mediazioni l’emotività che attraversa l’opinione pubblica, cercando di sfruttarla e di cavalcarla. Una delle immagini che si usa per spiegare questo fenomeno è il riferimento al Vangelo, quando Ponzio Pilato si rivolge al popolo chiedendo: “Volete Barabba o Gesù?”. Il popolo risponde Barabba e va bene così, semplicemente per assecondare la richiesta del popolo al di là di un’assunzione di responsabilità di chi ha ruoli istituzionali. Si intende populismo quando ci si limita a fare da amplificatore a quelli che sono i sentimenti comprensibili e giustificati di insoddisfazione, e non si esercita la funzione di cercare risposte sostenibili, sensate, ragionevoli. Questo non è direttamente un giudizio sull’attuale governo, è solo per spiegare.

Da tempo la politica usa la comunicazione per annunci che poi rischiano di essere dimenticati…

Questa non è una novità. Esiste da molti anni prima dei social network, da quando la politica è diventata sempre più dipendente dalle dinamiche comunicative. Certo, nella società di oggi in cui la comunicazione è così debordante e il consenso così instabile, è ovvio che tutto questo tende ancora una volta a radicalizzarsi.

Si discute molto sull’assenza di contraddittorio nei talk tra i politici. Questo impoverisce il dibattito pubblico…

Che in un mercato – come dicevo all’inizio – possa esistere un dibattito pubblico è tutto da dimostrare. Quindi i politici – anche con un certo asservimento da parte dei media che hanno il problema di sopravvivere – fanno queste richieste perché sanno benissimo che la possibilità di ottenere qualche effetto comunicativo è legato all’essere senza contraddittorio. Anche perché, se ci fosse i politici avrebbero problemi che cercano di evitare. C’è quindi un gioco delle parti: i politici si avvantaggiano di questo, i mezzi di comunicazione ottengono l’effetto di essere il punto da cui si getta il sasso nello stagno. È l’effetto eco: cercare di fare una comunicazione molto forte, che poi rimbalzi da tutte le parti.

Anche i giornalisti e chi gestisce i media sono corresponsabili dell’attuale crisi?

Se l’imprenditore pensa che il suo compito sia quello di fare i soldi fa qualunque porcata per fare i soldi; se il politico pensa che il suo mestiere dipenda dall’ottenere il consenso fa qualunque porcata per ottenere il consenso; se il giornalista pensa che il suo problema è avere l’audience fa qualunque porcata per avere l’audience. Se si prende in maniera troppo ristretta quella che – per usare un gergo del sociologo Niklas Luhmann – è la logica sottosistemica, viene fuori un mondo allucinante. Invece sono necessari imprenditori che hanno bisogno di realizzare un profitto per essere impresa economica, ma non riducono il loro agire solo a quello. I politici che per esistere devono ottenere consenso, ma non lo riducono solo a quello e giornalisti che sanno che il loro mestiere è anche suscitare attenzione e interesse, ma che per questo non possono fare qualunque cosa.

C’è una via d’uscita per la crisi della politica oppure è un fenomeno di lungo periodo?

È un piano inclinato su cui tutte le democrazie stanno scendendo da molti anni. Da parte delle singole persone e delle società è difficile recuperare il senso delle conseguenze delle proprie azioni. Naturalmente non bisogna perdere l’obiettivo, ma dobbiamo sapere che non si risolve in cinque minuti.

Quale contributo può dare la Chiesa?

Tutte le agenzie educative devono fare quello che è giusto fare, sapendo che la traversata nel deserto è lunga. Quindi bisogna essere costanti e aver pazienza, sapere che le cose giuste, come la Bibbia insegna, alla fine si affermeranno.